Diario Di Bordo Education a 360° No Money To Play

Web e TV: che uso farne con i figli.

Mi occupo di tecnologia da quasi 25 anni ormai. Ho conosciuto internet quando quasi nessuno sapeva ancora cosa fosse e ho iniziato a fare siti web quando per far comparire un bottone sul video bisognava scrivere 5 righe di geroglifici. Per farlo funzionare ce ne volevano quasi venti. Al tempo sembrava un miracolo, nonostante le possibilità limitatissime, i mezzi con scarse prestazioni, zero pappa pronta come oggi (viva wordpress!), ecc. Ma che ne sapevamo che tutto questo avrebbe fatto passi da gigante e che il miracolo sarebbe stato alla portata di tutti? Non sapevamo nemmeno che, come tutti i miracoli, avrebbe presto aperto porte sconfinate verso un infinito che nessuno oggi è più in grado di controllare, sappiatelo, nonostante la buona volontà della polizia postale o di chi che sia…

Ho sempre pensato che internet avrebbe il cambiato il mondo, e in effetti così è stato. Il mondo è cambiato e internet ha ormai letteralmente spodestato la TV (guardando di qui ad altri 15 anni circa…). Questo accade giornalmente a una velocità esponenzialmente sempre più grande per il fatto che anche le possibilità per accedervi (i costi) e i mezzi con cui farlo (pc, tablet, smartphone, playstation…) sono ormai alla portata di tutti.

Saltiamo a piè pari altre cose che potrei dire sull’argomento e passiamo al cuore della questione, perché – in questo passo lungo verso un futuro sempre più prossimo, del quale molti vedono solo tutti benefici o tutti rischi – si è aperto un clamoroso gap che nessuno si sta prendendo l’impegno di colmare: quello generazionale, che riguarda principalmente l’atteggiamento educativo da tenere nei confronti di certi strumenti nel rapporto genitori-figli. Detta così, ci vorrebbe un’enciclopedia: io non ho il tempo di scriverla e voi non avete il tempo di leggerla, quindi devo scegliere e per scegliere mi tocca anche sgrossare, andare al cuore del miracolo/problema, guardando la faccenda dall’alto. Cerco di sintetizzare. Per gli approfondimenti, rendiamoci disponibili al confronto, anche qui sul blog. Sarà certamente utile a tutti, indipendentemente da come la si pensi.

Per quanto ci riguarda, noi abbiamo detto un risolutivo NO alla televisione: a casa nostra non si vede, punto. E già si vedeva poco e niente anche prima che ci fosse Samuele. Quella che abbiamo in soggiorno la utilizziamo soltanto on demand, connessa a una PS4, per usufruire di internet e condividere insieme quello che stiamo guardando, se è una cosa che può essere estesa ad altri membri della famiglia. NO ai telegiornali, NO ai documentari, NO ai film, NO allo sport, di conseguenza NO alla pubblicità e, come avrebbe detto Zygmunt Bauman, NO alla somministrazione involontaria e inconsapevole di immagini e contenuti visivi, atti a creare dei bisogni inesistenti. Se entrano nelle menti dei grandi figuriamoci in quelle dei piccoli! Con un solo punto quindi abbiamo eliminato la questione TV. Inciso: per quanto riguarda, a questo proposito, la domanda che spesso mi viene fatta “Ma come fai poi se tutti gli altri bimbi la vedono e ne parlano? Tuo figlio ne sarà escluso e diventerà un disadattato…”, la risposta è variegata: 1) non ci si può sentire “esclusi” da qualcosa che “non si conosce”; 2) può succedere che invece tutti gli altri bimbi si sentano allora “esclusi” da quello che Samuele fa invece, anziché guardare la TV?; 3) cosa significa disadattato? non adatto al contesto? e allora? Mi pare come quelli che scelgono di fare educazione parentale e poi si preoccupano degli esami obbligatori perché si potrebbe non essere idonei alla seconda elementare. Ma che ti importa, scusa? Se tanto la scuola non fa parte della sua vita e da genitore hai scelto una modalità non competitiva, non massificante, non standardizzante, non giudicante, non omologante e non isolante, come si dice a Roma, …ma che te frega se non è idoneo?! 🙂 Magari sarà uno straordinario suonatore di maracas e farà concerti in tutto il mondo!

Per quanto riguarda invece la tecnologia, che a differenza della TV, può essere in molti casi bidirezionale, è bene innanzitutto distinguere lo strumento in sé (pc, tablet, smartphone o quello che è) dall’azione attiva che lo strumento consente di fare. Oggi, tutti questi apparecchi, comprese le Play Station, sono polifunzionali: ci si può telefonare, giocare, ascoltare musica, scrivere testi, gestire un blog, trovare una strada, accedere a un social network, produrre contenuti multimediali… e via dicendo. Sempre più il mondo andrà in questa direzione di efficienza (?) e ottimizzazione (?) – come i centri commerciali o i sempre più numerosi servizi a domicilio – con tutte le “protesi” che sarà in grado di somministrare agli esseri umani. Sempre più esisteranno politiche economiche rivolte al consumo frequente di questi mezzi che punteranno sulla genuinità dei più giovani, anzi, dei più piccoli. Quindi, qui le battaglie educative da fare sono due:

– la prima è, scusate il gioco di parole, evitare assolutamente l’assolutizzazione del mezzo;
– la seconda è non lasciarsi andare alla tentazione della fiducia indiscriminata nei confronti dei figli perché, seppur in buona fede – magari sia loro che nostra -, questo atteggiamento “permissivo” e consenziente può essere un’arma letale per entrambi.

Mi spiego.

* Per evitare assolutamente l’assolutizzazione del mezzonessuno di questi strumenti deve assumere una priorità sul resto. Men che mai sulla vita sensoriale, affettiva, emotiva, sociale dei propri figli che va continuamente alimentata e nutrita – dalla nascita, anzi dal concepimento!!! – per restare competitiva rispetto al resto… Per fare questo è assolutamente necessario evitare che questi apparati diventino il mezzo che nell’arco della giornata assorbe in generale più tempo, quello che raccoglie più modi di fare le cose (sentirsi, vedersi virtualmente, giocare, acquistare, ascoltare musica senza muoversi da casa…) o, peggio ancora, quello attraverso cui sentirsi uguali o diversi, inclusi o esclusi, felici o infelici, sicuri o insicuri.
Per non dimenticare che su questo blog parliamo di scuola, di unschooling, di apprendimento naturale, di unlearning, di educazione, ecc., faccio notare che molti genitori mi dicono che alla fine cedono perché non ce la fanno più e perché oggi i ragazzi del branco, i compagni di scuola, le tendenze, ecc. sono pressanti al punto che i loro figli vivono male l’integrazione, il rapporto con i compagni o il fatto di sentirsi per questo esclusi. Lo capisco, ma io credo che, per evitare questo, l’unica via sia quella di trovare delle valide e migliori alternative: stare più tempo con loro offrendo bellezza, sapienza, bontà, vita vera, esperienze dirette, occasioni per saziare la curiosità, avventura e qualunque altra cosa sia nelle nostre corde e nelle nostre capacità/possibilità di genitori; evitare noi per primi di fare quello che non vogliamo veder fare ai nostri figli (non fargli avere un cellulare e tenerlo noi a tavola anche quando si mangia non è di certo un buon modo per essere credibili) e invece “inventare” assieme qualcosa da fare a tavola che possa essere conciliato con l’atto di mangiare; confrontarsi con loro sempre in rapporto alla realtà e mai alla finzione, alla virtualità, alla banalizzazione.

Tutto questo inizia dal giorno uno. Si tratta di educare i bambini all’utilizzo di tutti i loro sensi privilegiando quelli che riguardano la manipolazione, il gusto, la vista, l’olfatto, l’udito, il provare emozioni visibili per qualcosa, il saper assaporare la stanchezza… fino ad arrivare alla fantasia, alla creatività, ai desideri, ai sogni. Ecco perché noi insistiamo tanto sullo stare quanto più possibile incollati alla crescita di un figlio, soprattutto nei primi cinque anni. E’ un periodo fondamentale per lo sviluppo sensoriale a tutti i livelli. Cedere nel momento sbagliato all’onnipresenza mal gestita e oggi molto sottovalutata di strumenti che hanno un grande potenziale, ma che sono come una Ferrari messa in mano a un dodicenne, significa porre le premesse per far sì che molto presto tutto il resto diventi molto meno interessante.

* Per non lasciarsi andare alla tentazione della fiducia indiscriminata nei confronti dei figli, vedi sopra, direi. Nascondere, spero sempre non volendo, come spesso ho visto fare e faccio anch’io, l’incapacità di essere credibili, propositivi, appassionati o semplicemente dei bravi educatori, dietro al falso merito/obiettivo/atto di generosità di dare fiducia ai figli, secondo me è tra i più grandi disastri del secolo: figli piccolissimi lasciati per ore da soli con in mano strumenti che neppure gli adulti sanno spesso maneggiare; ragazzine adolescenti che, all’insaputa dei genitori, si prostituiscono usando un social network per comperare un paio di scarpe alla moda; genitori “amici” sui social media cancellati dai propri figli che reclamano il loro “diritto” di non essere controllati a dodici, tredici anni… e l’elenco è ancora lungo, ma non voglio chiudere il post con una cattiva notizia.

Insomma, come sempre dico, una regola che valga per tutto non c’è. Tuttavia, c’è un passo che possiamo tenere, un’andatura costante: non lasciare che siano la televisione e internet a crescere i nostri figli. Ormai, anche le mobile application apparentemente più garantite, utili ed educative del mondo sono piene di pertugi, di pubblicità, di ami lanciati da pescatori di ogni tipo che si presentano sotto mentite spoglie – chi ricorda quando nacquero sui primi cellulari gli sms per abbonarsi alle suonerie, che diventarono per molti genitori salatissimi conti da pagare a loro insaputa? E parliamo di almeno dieci, quindici anni fa! Siate vigili, non lasciateli mai soli e soprattutto due cose: insegniamo ai nostri figli a preferire un tramonto a una puntata di Peppa Pig e, soprattutto, insegniamogli a fidarsi di noi.

Se siamo noi i primi a preferire un tramonto, anche loro lo faranno certamente. Se siamo noi i primi ad amare la realtà più della finzione, anche loro lo faranno certamente. Se siamo noi i primi a fare un uso sano, consapevole e responsabile delle cose, anche loro lo faranno certamente.

Se siamo noi i primi a mangiare i broccoli al vapore, anche loro lo faranno certamente. Samuele li mangia da quando aveva dieci mesi.

Per non farci mancare nulla e sfuggire alla tentazione di porre un freno alle frequentissime uscite di questo periodo, oggi pomeriggio siamo andati in autobus (“…in autobus???” Mi rispondono tutti con gli occhi sgranati… ^_^) al roseto comunale di Roma. Le foto qui sotto mettono la questione nero su bianco.

Sentire l’odore di tutte le rose, rosa per rosa. Se siamo noi i primi a preferirlo, anche loro lo faranno certamente. Ed è andata proprio così. Anche se Samuele e la natura, per la verità, sono molto intimi da sempre…

 

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