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“The social dilemma” è il racconto di un’altra lacuna educativa, affettiva e culturale.

Io tifo per il bene, per il bene, per il bene. Il bene vince sempre e ognuno di noi può fare la differenza, ogni giorno e in ogni momento.

Post per chi ha visto il documentario “The social dilemma” su Netflix.

Se non lo avete ancora visto e vi interessa il tema dei social (a qualunque livello), vedetelo prima di leggere questo post. Se non pensate di vederlo, non vi interessa proprio o non vi siete mai posti il problema, condoglianze. Se i social non vi riguardano a nessun livello, meglio così.

Sarà che quando ho iniziato io ad occuparmi di internet, internet non c’era ancora. Sarà che per me si è sempre saputo tutto quello che in questo documentario viene raccontato. A chi era del settore era chiarissimo che potenzialmente sarebbe successo questo, in mancanza di una coscienza o di un’etica dei processi e degli scopi. Sarà che solo chi non sa proprio nulla di certi argomenti li trova così sorprendenti da restarne scioccato. Sarà quel che sarà. Non saprei… Certo è che non è difficile capire che dire e non dire è come il gioco delle tre carte, che tornare indietro non è possibile (o forse lo sarebbe?) e che, allo stesso tempo, qualunque scelta si faccia dipende da noi.

Bello che comunque, rispetto a prima, qualcosa si muova. Bello che comunque, rispetto a prima, s’intravedano piccoli spazi di coscienze risvegliate. Bello che comunque, rispetto a prima, ci sia maggiore attenzione a certi temi, soprattutto in certi ambiti.
Però, in questo documentario si parla esclusivamente degli effetti, del problema, delle conseguenze, delle patologie, delle atomizzazioni, delle dipendenze.

Perché?

Perché facciamo sempre così fatica a chiederci e quindi a riconoscere l’origine di atti che invece siamo poi così bravi a raccontare? Perché la causa di effetti così pesanti viene sempre ricondotta a qualcosa di spiegabile, di universalmente comprensibile e digeribile? Alla fine, tanti capoccioni e tanti guru, per dire che si tratta sempre della solita competizione tra l’importanza dell’uomo e della sua libertà e i biechi interessi di una sfrenata economia globale. E’ sempre colpa di qualcun altro, dai tempi di Adamo ed Eva…

Tutto qui?

Qualcuno che veda anche oltre ne abbiamo? O si fa prima a fare l’elenco di quello che non si può fare e che, a danni fatti, sarà un casino correggere?

Qual è il problema? Che a figli adolescenti si dica cosa possono o non possono fare o che si crescano figli capaci di distinguere il bene dal male, la moda dalla propria identità, le dipendenze dal pensiero critico, la libertà dalla schiavitù? E non sto certamente parlando di buoni e di cattivi! Siamo tutti peccatori!

Quella che vedo io è una grande lacuna educativa, affettiva e culturale. Magari il dilemma vero fossero i social! Avremmo qualche speranza che un po’ di giovanotti in gamba se ne stufino presto e si mettano ad investire meglio il proprio tempo. Purtroppo però, non è così.

Quello che accade è che tanti genitori hanno avuto da fare. Sono stati occupati e lo sono ancora, mentre si lamentano. Troppo occupati, talmente occupati che, oltre alla scuola, hanno dato vita al tempo pieno, poi a quello continuato, poi al dopo scuola, poi al centro estivo, poi ai gonfiabili aperti anche la sera e poi ai nonni parcheggiatori. Accade che questi ragazzi chiedano la vita a cose piccole perché quelle grandi non le hanno mai viste. Accade che lo facciano anche i loro genitori perché hanno spesso sofferto lo stesso “spreco di priorità”. Accade che siano state proprio le persone che in parte se ne lamentano, in particolare quest’ultima generazione, a creare le condizioni di questa catastrofe. Accade che stare su Facebook a dire qualunque cosa a chiunque è diventato più importante che aiutare i nostri figli a diventare veri uomini e vere donne, ad evolversi, a crescere, ad essere consapevoli, a vivere la vita, a stare nella realtà e nelle cose. “Mamma (o papà) metti via quel telefono” …quante volte mi capita di assistere a questa scena, anche a casa mia. Accade che i genitori di oggi siano alla continua ricerca di consenso, approvazione, visibilità, riconoscimento, credito: e come facciamo a crescere un figlio nella libertà e nel pensiero critico se noi genitori dipendiamo da tutto ciò da cui ci riteniamo liberi? E dove sono i nonni di una volta? Tutti lì dentro, nel sistema! In questo macabro e diabolico giochino che tieni anche loro con i nipoti davanti ad uno schermo dove c’è un gattino che rutta, piuttosto che a farsi il solletico su un prato. Accompagnati dallo sterminio della pandemia, i nonni digitali sono l’ultima generazione di nonni che poteva ancora fare la differenza, e invece anche loro si sono omologati al benessere, al consumo, all’appagamento proprio.

A me non ha fatto nessuna impressione questo documentario del quale ultimamente si parla tanto, così che tutti possano vederlo …e meno male perché a tanti farà bene! A me impressiona quello che vedo ogni giorno per strada. Mi impressiona vedere con i miei occhi che ognuno di noi ha il grande potere di una libertà che altrettanto liberamente sceglie di non esercitare. Mi impressiona il fatto che ci rifiutiamo di ammetterlo e che facciamo troppo poco per cambiare le cose.

Mi impressiona che un figlio debba aspettare che un genitore che sta con lui una sola ora al giorno si liberi da uno scroll di banalità o dalla spunta dei like. E lo sapete perché? Non perché quel genitore in quel momento sia incapace di intendere e di volere, ma perché quel figlio sta chiedendo qualcosa che non potrà avere. E’ lì che si apre la vera deriva che cambia il mondo. E’ lì che nasce la ferita più profonda. E’ lì che rimane il segno. Nel bene e nel male.

Inutile dire che io tifo per il bene. Assoluto e inequivocabile.

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