Le cose che ho imparato in 20 mesi.

Tra pochi giorni, il 26 luglio, Samuele compie 20 mesi.

A chi mi chiede quando si decide di iniziare a praticare l’educazione parentale rispondo sempre che non c’è “un’età giusta”, ma che ogni giorno è “il giorno adatto”. Scegliere questa via comporta la scelta di uno stile di vita e di un tempo dedicato che non è mai a compartimenti stagni o a quando si può. Ogni giorno è un buon giorno, ogni momento è un buon momento, ogni occasione è da cogliere e ogni richiesta è da soddisfare. Il tempo e le modalità sono dettate dalla fame che un figlio mostra per qualcosa, per qualche domanda, per un gioco da fare, per una porta da aprire, per una novità da scoprire. E’ la sua intuizione di infinito, di assoluto. Se quando questo accade noi siamo altrove, o distratti, o assenti, o indisponibili, o occupati in qualcos’altro, perdiamo la preziosa occasione di cogliere quel preciso momento in cui nostro figlio ci farà una domanda di sua spontanea volontà, si proporrà per qualcosa da fare, si mostrerà interessato in qualche modo a un nostro particolare aiuto e via dicendo.
L’illusione che ai bambini si possa confezionare e offrire un tempo residuo scelto o deciso dai genitori è appunto un’illusione educativa che non rispecchia la realtà. Soprattutto tra i 15 e i 24 mesi, i bambini hanno una necessità di risposta talmente immediata e precisa che ogni occasione non colta all’istante, o rinviata ad un momento secondo noi diverso o più indicato per qualche motivo, è il più delle volte una occasione persa. Così come, dopo i 18 mesi, diventano fondamentali i momenti di “assenza” e i “silenzi a richiesta” che regalano ai bambini i primi atti di conoscenza di sé, di autonomia, di necessità di testare da soli le proprie possibilità. Essere per forza presenti, in qualunque modo, quando un bambino dimostra con inconfondibile evidenza che sta facendo qualcosa che non richiede o non vuole la nostra presenza, né fisica né verbale, è un’illusione educativa altrettanto sbagliata quanto quella di credere che ai figli si possa dare il tempo che si ha quando si può e non quello di cui loro hanno realmente bisogno quando lo chiedono.
Molti obiettano di avere solo un certo tempo e di poterlo utilizzare solo in un certo modo e momento. E infatti questo è l’eterno dilemma che mai morirà sul tempo dedicato all’educazione di un figlio, tra chi difende la qualità e chi l’intensità o la durata, la quantità. Ma il punto non cambia. Troppe condizioni preposte per un bambino che ha tutto da scoprire e nessun limite da porsi quando nasce. Non si parla qui di quello che noi genitori possiamo, abbiamo, vogliamo, faremmo o “ci possiamo permettere”, ma di cosa un figlio ha bisogno. La nostra disponibilità o meno rispetto alle sue reali esigenze di fatto non cambia le sue necessità. Ovvero, la questione tempo è su due diversi piani di osservazione che per tante ragioni, nella maggior parte dei casi, non si incontrano come e quando dovrebbero: quello che noi diciamo di poter destinare alla crescita di un figlio e quello di cui ogni figlio ha realmente bisogno, in misura sicuramente soggettiva e indipendente dalla nostra disponibilità. Vedendola così, e sapendo che ogni figlio è diverso, già questo ci darebbe modo di comprendere chiaramente che la balla del tempo di qualità, spesso usata come teorema, è appunto una balla. Può essere vera in alcune circostanze, pensando a specifici momenti particolari della vita, e comunque dovremmo confrontarci a fondo su cosa significhi la parola “qualità”, ma sicuramente nella maggior parte dei casi non è così. Non lo è neanche per noi genitori. Perché dovrebbe essere vero per i figli? E chi dice che la qualità – da me presunta – del tempo che in un certo momento penso di destinare a mio figlio sia la stessa con la quale lui è disponibile o pronto o capace per accoglierla?

Scegliere l’educazione parentale significa vivere ogni giorno, suo e nostro, per quello che è, lasciare che sia la realtà a porre le domande e la capacità collettiva del momento a cercare di dare delle risposte. Modi e tempi sono sempre diversi. Strumenti e persone pure. L’educazione parentale non ha un tempo, una durata, un inizio o una fine, un programma da seguire o cose da escludere. E’ il modo che si sceglie per essere sempre presenti nell’educazione e nella crescita di un figlio che, come i suoi genitori, non potrà mai sapere tutto, ma potrà imparare molte cose, con i suoi tempi, con le caratteristiche che ha, con le inclinazioni che possiede e con i doni che ha ricevuto.

“No” rispose “perché non succeda che cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.” Matteo 13, 29. Era il vangelo di oggi.

Ogni uomo ha il suo tempo per crescere, in tutti i sensi e in ogni aspetto della sua vita. Guardando la mia, posso riconoscere questo con grande obiettività e sincera presa d’atto. E’ un tempo perpetuo ed eterno, che non scorre mai invano, del quale nessuno è padrone. Noi non siamo chiamati ad affrettarlo, né a standardizzarlo, a omologarlo, ad appiattirlo o a scolarizzarlo; ancor meno dovremmo adeguarlo alle nostre necessità. Viverlo è ciò che abbiamo da fare.

Ecco, questo credo sia stato l’insegnamento più grande che ho ricevuto da mio figlio in questi venti mesi. Perché si sa: in realtà sono quasi sempre i genitori ad imparare, più che i figli.

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