App e nuovi media Education a 360° Meccanica, Elettronica e Tecnologia No school 3-6: che fare? Varie ed eventuali

Videogiochi sì, videogiochi no.

La faccenda, a dire il vero, è tutta qui: il tablet, il cartone, l'app o il videogioco, rappresentano un parcheggio, il nostro angolo di paradiso per tirare il fiato, la nostra pace interiore o una chance realmente educativa e istruttiva?

A che titolo scrivo questo post? A nessun titolo. Condivido soltanto la nostra esperienza personale nell’utilizzo con Samuele, scelto e progressivo, prima di piccole app per l’apprendimento, poi di giochi per adulti più evoluti (essenzialmente di logica) su tablet e infine, da pochi mesi, di videogiochi su consolle (al momento PS3).

Ho più volte scritto su questo blog di certi argomenti perché, senza entrare nel dettaglio, è un contesto che conosco molto bene da tanti anni, sia come provenienza che come ambiti di applicazione e di utilizzo. Diciamo che mi sono molto familiari, per trascorsi professionali, ad esempio le modalità con le quali vengono sviluppati i videogiochi, le loro finalità, le possibili applicazioni e qualche altra cosina.

Qualche giorno fa, mi sono imbattuta in un confronto su un gruppo di Facebook in merito all’opportunità o meno di offrire (quando, come e perché) certi strumenti ai bambini, nostri figli compresi. Essenzialmente, il dibattito verte sempre su argomenti che riguardano il rischio di dipendenza in bambini molto piccoli, la difficoltà di riuscire a dare delle regole ferree, la capacità da parte dei genitori di monitorare e “controllare” l’uso di certi strumenti da parte dei propri figli, soprattutto laddove si tratti di contenuti molto attrattivi. Tutte riflessioni assolutamente sagge, perché è vero che tutto educa, ma a cosa? In che senso?

Su questi tre aspetti, nasce già il primo equivoco. Se deste il vostro smartphone che sta riproducendo il Papa che parla a un bambino di 10 mesi, ne sarebbe affascinato e sedotto tanto quanto se stesse guardando una partita di pallone o un video di coccole sonore. Toccherebbe il video e maneggerebbe l’accessorio luminoso perché per un bambino di quell’età è un godimento pazzesco avere per le mani una roba che vibra, s’illumina, genera voci, musiche e movimento, soprattutto se la mamma o la tata nel frattempo sono molto occupate a fare altro. Se, a parità di contenuto osservato, lo proponeste a un bambino di tre anni e mezzo, o quattro, ve lo tirerebbe appresso oppure cercherebbe di indirizzarne l’uso verso una cosa che lo interessa maggiormente. Non vado oltre perché ormai mi pare che a 7 anni quasi tutti abbiano già uno smartphone e su questo ognuno tragga le conclusioni che crede.

Scrivo questo per dire che ciò che attrae un bambino o un ragazzo (lasciando perdere in questo post tutto quello che può essere frutto dell’omologazione, del confronto tra pari, della moda o della sostituzione emotiva di cui spesso parla Daniela Lucangeli) non sono il tablet, lo smartphone o la consolle in sé (che sarebbero pronti a cambiare ogni giorno pur di averlo uguale a quello dell’amico), ma quello che questi oggetti sono in grado di fare e quindi di provocare nel loro articolato e complesso, quanto semplice, mondo emotivo.

Ma vi ricordate cos’è successo a noi che eravamo adulti a metà degli anni ’90 quando abbiamo cominciato a vedere gente in giro che parlava al cellulare? E quando uscivano i nuovi modelli? Quello che si apriva e si chiudeva a scatto, quello che era più piccolo, più grosso, più largo, più lungo, più piatto… Vi ricordate quando in tanti avevano due cellulari per gestire due numeri? E che scoperta è stata riuscire a farlo con un solo telefono poco tempo dopo? Vogliamo parlare dell’esordio di H3G e dell’invenzione delle videochiamate? Che dire degli sms e degli MMS? Chi se li ricorda ancora? E quando è arrivato il bluetooth? Se c’è qualche Snaker poi qui presente tra i miei lettori alzi la mano. Chi si ricorda il primo Tomb Raider per PC? Chi ha conosciuto tra di voi prima il Sinclair, poi il Commodore64 e dopo ancora l’evolutissimo Sega Mega Drive? Ci stupiamo dello splatter di cui ridono i nostri ragazzi di oggi, che non si impressionano più di quasi niente, ma i primi a giocare con Doom tenendo in mano un mitra a luce spenta in tecnologia immersiva siamo stati noi. Eravamo adulti. Al 5G, che in tanti combattono usando uno smartphone connesso ad una wireless, ci siamo arrivati NOI. E’ venuto prima il 2, poi il 3 e poi il 4G e non ce ne siamo accorti? Certo che sì. Anche in quel caso ci siamo arrivati noi, non ci hanno mica costretti a desiderare di poter fare quello che non si poteva ancora fare con una G in meno. Convincersi che un altro ci conduca dove noi non vogliamo andare è un buon modo per cominciare a confrontarsi con la vecchiaia che incombe, tacita e spietata (leggetevi Giovanni 21, 18).

Conoscevamo bene la realtà, la natura, il mare, le stelle, i vulcani, la creta, gli origami, le tempere, i giochi da tavolo, le persone che guardavamo negli occhi, quello che vi pare… eppure, a un certo punto, senza neppure rendercene conto, le nostre preferenze (più o meno consce) si sono rivolte alla relazione con il contenuto e il potenziale dell’oggetto e non più con l’oggetto in sé, come forse all’inizio poteva sembrare (quanto ci mettevamo a scegliere una suoneria?). L’era del “mi ha mandato un sms” l’abbiamo avviata noi: un dialogo tra sordi, tra gente che non si guarda più negli occhi ma si manda una faccina, tra persone che hanno iniziato a modificare perfino il proprio meraviglioso vocabolario sostituendo il “ch” col “k”. Abbiamo iniziato a pensare di conoscere qualcuno spiandone lo stato o la condizione affettiva su un social network e con la stessa velocità lo abbiamo silurato. Oggi siamo genitori. Siamo quelli che insegnano ai figli a non farsi fregare, ad arrivare prima, a scavalcare i più deboli e i più lenti, a diventare dei perfetti individualisti.

Nel giro di una manciata d’anni, pur di avere un telefono cellulare personale (ho conosciuto gente che a quei tempi faceva rate da due anni), siamo passati dalla dichiarata necessità generazionale (spesso inesistente) di essere sempre raggiungibili, ovvero di avere tutti un telefono cellulare, alla volontà di averlo per non essere mai raggiunti da nulla e da nessuno fino in fondo. Eravamo adulti. Noi eravamo adulti, già adulti. Oggi siamo genitori.

Bon. Ormai sapete che in genere io comincio un post sempre con un pippone a tema (in italiano, sarebbe la premessa). In compenso, ho quasi finito.

Videogiochi? Sì. Learning App? Sì, anche perché se molti usano MyEdu (che noi non usiamo, ma conosciamo) non vedo perché non dovrebbero utilizzare (spendendo molto meno se non addirittura nulla) suite educative multilingua, decisamente molto più belle (ne ho più volte suggerite alcune -tipo Khan Academy, Hungry Caterpillar Play School o Papumba, su questo blog: cercate e troverete). Abbiamo introdotto la PS3 solo quest’anno (quindi a quattro anni e mezzo) con un unico gioco multi giocatore (Little Big Planet, che vi consiglio e che potete andare ad approfondire sul sito della Sony cliccando qui) e un altro sulle olimpiadi (che è stato utilissimo durante il lockdown per fargli scoprire l’atletica alla quale si è voluto iscrivere subito e che frequenta con grande entusiasmo da ormai un mese, tre volte a settimana). Per il resto usavamo già, da quando aveva due anni circa, il tablet (nelle modalità che ho più volte descritto in altri post di questo blog), non superando praticamente mai le tre o quattro ore complessive alla settimana. Senza fatica? Non sempre. Senza seguirlo? Decisamente no. Aspettando che se ne stancasse da solo? Neppure. La vera questione che riguarda gli strumenti, come sempre, non è mai relativa agli strumenti, ma all’uso che se ne fa. In quanti modi potremmo usare un coltello da pane? E’ un pericoloso pensiero divergente (per chi conosce l’argomento, pace all’anima del suo principale divulgatore) anche questo.

Volenti o nolenti, sit in o marce pubbliche, bandiere alle finestre o attentati alle antenne, le tecnologie fanno parte parte della nostra vita e di quella dei nostri figli. Sono nel mondo e quindi -nel bene e/o nel male- fanno parte della realtà. Aspettiamo che salgano sul motorino di qualcuno e si schiantino per andarci di nascosto e senza casco, o proviamo a raccontargli del perché e del come abbiamo perso tanti amici giovani su due ruote?

Attenzione, supervisione, tempi certi e contenuti selezionati sono a nostro parere i must da usare per non escludere i nostri figli da un presente che (come è stato per noi) è l’ingresso di un futuro che sarà molto diverso per loro, rispetto al nostro passato. Negare, togliere, evitare o escludere, significa non consentirgli di avere la fiducia che invece meriterebbero per diventare grandi, critici e responsabili. Quest’andatura non prescinderà mai dal nostro aiuto, ovviamente, che è invece quello di proporre continuamente bellezza, occasioni e varietà. E forse la faccenda, a dire il vero, è tutta qui: il tablet, il cartone, l’app o il videogioco, rappresentano un parcheggio, il nostro angolo di paradiso per tirare il fiato, la nostra pace interiore o una chance realmente educativa e istruttiva? Non sarà questo che non ci fa sentire apposto, in regola?

Abbiamo voglia noi di farne parte, oppure no? Ci interessa addentrarci nelle loro favolose capacità di apprendimento o ci annoiamo?

Domani è sabato, oggi è iniziato il fine settimana. Magari entro domenica trovate un momento per dirci cosa ne pensate voi e come vi comportate familiarmente rispetto a quest’argomento.

Noi giochiamo con tutto, ci divertiamo sempre e ogni volta impariamo un casino di cose. Valgono pure quelle brutte, quelle inutili, quelle stupide e quelle vecchie. Tutto è apprendimento e tutto educa. Ed è impossibile evitare che accada.

Il mio Sinclair Spectrum del 1984

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