Education a 360° No school 3-6: che fare? Varie ed eventuali

Correzione e ripetizione.

Quanto contano la correzione e la ripetizione nell'ambito dell'istruzione parentale? Hanno un valore assoluto o relativo? Quanto perfezionismo c'è nelle nostre scelte di ripetizione e correzione?

Settimana delle domande e delle opinioni personali, compresa la mia. E’ bene ricordare che io non ho fatto pedagogia, non sono un’insegnante, non ho fatto le magistrali e non ho sfiorato neppure per caso un corso di laurea in sociologia. Non sono counselor (con buona pace degli psicologi) e non mi sono frantumata la testa nel tentativo di leggere e studiare, anche in autonomia, tutti quelli che su questi argomenti hanno scritto cose. Non sono neppure medico, tantomeno neurologa infantile o pediatra.

Del resto, basterebbe ricordarsi che neppure i singoli membri di una stessa categoria, laureati o meno, dicono mai tutti la stessa cosa riguardo un certo argomento e che spesso, anche chi avrebbe titolo per offrire una “posizione certificata” su una certa questione (vedi “La Scienza” di questo ultimo anno), smista nella sabbia e trova mozziconi di sigaretta anziché conchiglie. Con questo non voglio dire che essere una figura di pertinenza, con titoli e referenze, non serva a nulla, ma che la competenza o la preparazione specialistica, soprattutto per articolare pareri, mestieri o posizioni, su certi argomenti, non è detto che sia data necessariamente dal titolo o da un certificato appeso al muro. Dovremmo saperlo bene noi che invece di interpellare un avvocato scandagliamo spesso tutte le normative che regolano l’istruzione parentale in Italia, tanto per fare un esempio che ci riguarda personalmente.

Le cose che scrivo, che dico e che penso, su qualunque argomento troviate in questo blog, sono quindi unicamente frutto di esperienza diretta, di studi scelti in autonomia e di indirizzi pedagogici selezionati secondo il nostro soggettivo e familiare punto di vista. Non sono leggi, non hanno intento denigratorio nei confronti di nessuno e soprattutto non rappresentano formule magiche o percorsi proposti per risultati certi (come neanche un premio Nobel in psichiatria infantile saprebbe indicarvi). Sono semplicemente una testimonianza condivisa (con chi ha interesse di leggerla) di quello che noi facciamo e di come scegliamo di farlo.

Ora, fatta la premessa, qui le pippe mentali sono parecchie, e su due argomenti piuttosto importanti: correzione e ripetizione. Alcune domande tipo che leggiamo in giro o che ci sentiamo fare direttamente, tra le più frequenti, sono:

“Ma se mio figlio tiene male la penna lo devo correggere?”
“Ma se non ci viene bene una cosa dobbiamo insistere o passiamo oltre e la riprendiamo più avanti?”
“Ma voi quante ore al giorno dedicate alla didattica?”
“Come faccio alla fine ad essere sicuro che abbia veramente capito?”

“Quanto tempo dedicate alle singole materie?”

Insomma, cose così. Ne avrete lette anche voi di cotte e di crude: tutti abbiamo scritto per dieci volte la stessa cosa a scuola, sul quaderno. Tutti ci siamo fatti almeno una volta le stesse domande. Qui rispondo solo alle prime due, perché alle ultime tre spero di dedicare un altro post -o più di uno- nei prossimi giorni.

Come ci comportiamo noi, come famiglia?

Premetto che io e Marco non abbiamo mai avuto dubbi sul fatto che l’istruzione parentale fosse il sentiero che avremmo percorso, neppure prima che nascesse Samuele, per tanti “qualificati” motivi che vanno oltre i pareri personali. Questa premessa è necessaria perché spesso su cose piccole si alimentano grandi discussioni e affanni che diventano comunitari, attraendo tutti nel dubbio che tutto vada a scatafascio perché non si è d’accordo. La comunione d’intenti, laddove possibile, è la sesta marcia, e comunione vuol dire comunione e non “faccio io e mio marito lavora”, oppure “sì siamo d’accordo ma alla fine decido io”. Il bello dell’essere in comunione è fare insieme per qualcuno, non necessariamente sempre tutti insieme o nello stesso momento o sulla stessa linea, ma nel senso di camminare insieme, aspettarsi, ritrovarsi a un certo punto, sostenersi e sostituirsi l’un l’altro, sbagliare perché si sperimenta e correggersi tutti perché ci si confronta. A volte, è proprio opportuno fare questo. E’ utilissimo a tutti i membri della famiglia. La presenza, anche sporadica o alternata di entrambi, è proprio un fatto che dona pienezza e solidità alla scelta dell’istruzione parentale. E per il momento, su questo aspetto, mi fermo qui.

Per rispondere al grande insieme di domande che riguardano correzione e ripetizione, invece, potrei suggerirvi di leggere direttamente tutti i libri di Maria Montessori che riguardano la fascia d’età da 0 a 5 anni. Indipendentemente da come la si pensi su di lei, mi pare un suggerimento indiscutibile: ancora oggi, è una figura rincorsa, menzionata, riconosciuta ed eletta a guida da tanti (compresi noi). Se mi consentite di sintetizzare, Montessori sulla correzione era tanto netta quanto lo era sul libero apprendimento. Faccio esempi banali, tratti dai suoi scritti, che sicuramente tutti ritroviamo tra le nostre mura domestiche: non si mettono le dita nel naso; non si mettono i piedi sul tavolo; non si gira sulla sedia mentre si mangia; non si grida; non si tiene male la penna (o un’altra cosa, come ogni cosa). Noi diremmo: l’ovvio. Poi, da grandi, ci roviniamo con calma e possibilmente non facendoci vedere dai nostri figli per continuare a fare finta di essere perfetti e di saper sempre mettere in atto quello che a loro chiediamo di non fare. Queste sono tutte correzioni, certamente, e sono più che opportune. Ma qual è il problema, l’attenzione da porre o la modalità con cui perseguirle?

Il vero “problema” che vediamo noi, per esperienza diretta, è che spesso si tende a voler correggere bambini che non sono ancora pronti per una cosa o che non riescono ancora a capire cosa stiamo dicendo loro, in cosa vogliamo aiutarli (ammesso che occorra il nostro aiuto). Questo per un adulto è spesso frustrante: pensiamo di noi stessi di non essere capaci di spiegarci, di dover insistere, oppure di dover provare in altri modi, ma invece non è questo il punto. Raramente vedo persone che sanno cogliere questa differenza strutturale, neurologica e fisiologica, dell’essere umano. Chiunque veda una mamma che sgrida, scuote o attua piccole minacce con un bambino tra i 10 mesi e i 2 anni, capisce che c’è un problema. Almeno credo, o spero. Quella mamma non capisce CHI ha davanti. Il fatto che il figlio sia suo, purtroppo, non cambia nulla.

Quindi, correggere sì, assolutamente, ma tenendo conto di almeno tre fattori fondamentali, da non confondere con le nostre aspettative, o peggio pretese.

1) L’età del bambino (non ce l’ha con voi: è che prima di una certa età un bambino non può proprio fare tante cose; sarebbe come chiedergli di camminare a tre mesi). Misera aspettativa di molti: togliere il pannolino a 18 mesi (per poi raccogliere pipì ovunque fino a due anni e mezzo).

2) La motivazione del bambino (almeno noi che abbiamo scelto, in tempi non sospetti e con convinzione, l’istruzione parentale non dimentichiamoci che la motivazione è un driver primario importantissimo per riuscire a raggiungere bene -non presto o tardi, ma bene- un obiettivo, per essere disposti ad essere corretti, per continuare, per insistere, per non perdere l’entusiasmo). Misera aspettativa di molti: finire il programma (che, vi ricordo, non esiste più).

3) La cosa, l’attività o la questione di cui si parla (un conto è correggere e ripetere l’impugnatura di posate e penne, la postura o il modo di sedersi a tavola, altro conto è pretendere il cerchio perfetto da un bambino che magari ha anche imparato a tenere bene la matita, ma che non manifesta nessun tipo di interesse per il disegno o la geometria). Misera aspettativa di molti: prima o poi lo farà, basta che lo faccia entro l’idoneità di terza. E se non lo dovesse fare mai? Se continuasse a fregarsene del disegno e della geometria? Così, finisco con l’altro tema, quello della ripetizione, e chiudo.

Anche qui, secondo noi, c’è un misunderstanding di fondo. Qual è l’obiettivo della ripetizione? Diventare più bravi? O solo bravi? Saperlo fare come tutti? Passare un esame? Conquistare un’abilità? Maggiore o minore? Di chi? E perché? Su molti temi che, per molti di noi, implicano spesso la dura faccenda della ripetizione, mi capita anche di leggere che ci sarebbe “quella storia” su un migliore sviluppo della creatività, dell’apertura mentale, dell’amore per la bellezza e via dicendo. Ripetiamo le cose tanto per ripeterle, fino a dare la soluzione al problema perché ne abbiamo fatti 27 che sembravano diversi quando in fondo erano tutti uguali, o abbiamo una meta? E voi la meta dei vostri figli la conoscete? Noi no, a parte il cielo. Attenti al fatto che la meta non diventi vostra anziché loro. Personalmente, su questo, cerco sempre di tenere a fuoco la camera o al centro il mirino, se preferite.

Uno dei miei più grandi maestri mi ha insegnato che le virtù sono il frutto della ripetizione di atti buoni e i vizi sono il frutto della ripetizione di atti non buoni. La pazienza è una virtù, il fumo un vizio. Entrambi sono soggetti a ripetizione, ma hanno un valore, una sostanza, un effetto e tante conseguenze certamente diversi. Conta la ripetizione in sé? O forse c’è bisogno di guardare tanto altro che la circonda? Tipo evitare la sterilità di un esercizio, ma renderlo affine, pertinente e coordinato a un interesse del bambino…

Mi confronto con molte ossessioni da perfezionismo manuale (detto da una perfezionista in cammino per la redenzione da anni ormai) in un mondo in cui si parla di intelligenza artificiale, di dematerializzazione, di digitale, di robotica, di domotica. Cavalchiamo cambiamenti epocali che vanno dalle pandemie (che ci costringono a nuove forme di socialità e convivenza civile) alle nuove tecnologie (che ci consentono di leggere e scrivere senza neppure usare le mani) e ci ritroviamo incastrati nel non voler mollare il mitico, magico e bellissimo mondo della tradizione. Non so voi, ma io lo amo! Stiamo invecchiando. E con questo non voglio affatto dire che la tradizione non serve, anzi. Se dovessi scegliere cosa cassare in trenta secondi tra i titoli e le tradizioni, non avrei alcun dubbio.

La mia nonna materna aveva fatto la seconda elementare. Non si capiva quasi nulla di quello che scriveva, eppure aveva scritto tanto, numeri e lettere, per 65 anni. Agenda e telefono per chiamare la nipote (me) che viveva in un’altra città erano l’unica motivazione che la teneva vigile, attenta e custode, come i nonni di oggi non sanno fare. Un bene immortale questo, un’abilità memorabile, più unica che rara. Ci siamo scritte delle bellissime lettere, che conservo ancora, per tanti anni (posta tradizionale e francobolli, s’intende).

Gli altri due nonni, terza elementare quelli paterni, facevano i sarti. Erano i sarti più famosi dell’Umbria, mia terra d’origine, quelli che vestivano le persone più importanti, dai politici ai cantanti. La loro competenza, la passione che avevano per quello che facevano e la loro bravura, erano ciò che li rendeva noti a tutti. Sapevano quello che imparavano facendo e mentre facevano studiavano: ben più di quella terza elementare su carta. Hanno cresciuto tre figli, di cui uno è mio padre; hanno comprato case; hanno lasciato ricordi e fatto del bene a tanti. Però, a mia nonna ha sempre tremato la mano quando teneva la matita e, se non ci fosse stato mio nonno ad aiutarla, sarebbe andata sempre storta anche con la riga su quei cartamodelli.

Nessuno di questi nonni ha fatto in tempo a vedere un cellulare, a sentire un podcast, a registrare un video o a scrivere bene in corsivo. Io ho imparato a contare inventariando i bottoni con mio nonno.

Ripetere e correggere, sì. E’ vero, con riserva sui tre fattori di cui sopra. Ma poi? Non ve lo chiedete mai quando vostro figlio, che magari non sa ancora scrivere, per cercare una cosa dice: “Ok Google, come crescono i pomodori?”
Non è un modo per dire che Google o Alexa sanno tutto, che va bene così o che potremmo crescere i nostri figli senza coltivare le nostre magnifiche abilità o i nostri sensi primari, ma una riflessione più ampia sul fatto che il mondo sta cambiando e troppo spesso noi ci voltiamo indietro o ci giriamo da un’altra parte. E correggiamo e ripetiamo. E ripetiamo e correggiamo. Vestiamo i panni perfetti dell’istitutore.

Ecco, noi camminiamo cercando di vivere il presente, di cogliere l’attimo per scoccare una freccia al momento giusto e di non restare inerti quando siamo preda di qualche eccessiva fissazione.
Ogni giorno porta con sé nuovi regali e prepararsi alle sorprese è sempre impossibile. Ci si può soltanto disporre. Ma, di questi tempi, per essere ben disposti bisogna ricordarsi che una volta, quando nessuno sapeva scrivere, si dipingevano i muri per raccontare storie che ancora oggi vengono “lette” in quelle figure meravigliose, abilmente rappresentate. Adesso, tutti sappiamo scrivere, abbiamo studiato e ci siamo apparentemente emancipati, ma siamo rimasti senza parole in un mondo che a sembra sempre più incapace di raccontare storie, soprattutto belle. Né scritte, né dipinte. E così accade spesso che nell’esserci evoluti perdiamo il Raffaello che è in ognuno di noi…

E correggiamo e ripetiamo. E ripetiamo e correggiamo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: