Diario Di Bordo Varie ed eventuali

Istruzione parentale e figlio unico.

A braccio, provo a condividere con voi spunti, domande, riflessioni, risposte e motivi per i quali ad oggi la nostra scelta non è cambiata.

Molto spesso mi sento fare questa domanda: “Ma ritieni che sia il caso di scegliere l’istruzione parentale anche con un figlio solo?”. A farla, in genere, non è mai qualcuno che farebbe questa scelta, a prescindere, neanche se avesse dodici figli. E’ una domanda che nasconde tante paure, tutte assolutamente lecite, sia chiaro, che però fanno più spesso parte del nostro vissuto e delle nostre proiezioni, più che della vita reale dei nostri figli.

Sono passati due anni da quando scrissi il primo post su questo argomento (potete leggerlo cliccando qui) e sette, più o meno, da quando scoprimmo cos’era l’istruzione parentale e la possibilità di poterla praticare in Italia. A distanza di tempo, e con un’esperienza ancora limitata – che però non vuol dire né inadeguatainutile, essendo proprio questo il periodo in cui un genitore si pone le domande più importanti relativamente alla scelta incalzante dell’indirizzo educativo dei figli – torno sull’argomento con una maturità diversa e con alcune scoperte chiave, non richieste ma accorse in aiuto dalla realtà che ci circonda. Non dubitate: il tempo, la vita, gli incontri, le occasioni, gli eventi che – malgrado voi – investiranno i vostri dubbi e le vostre incertezze, vi aiuteranno ad illuminare il cammino, in un verso o nell’altro. L’unica cosa che conta veramente, la più difficile, è cercare di non sbagliare le premesse: quale scelta fare e perché?

A braccio, provo a condividere con voi spunti, domande, riflessioni, risposte e motivi per i quali ad oggi la nostra scelta non è cambiata. Non è mai stata messa in discussione da noi genitori – le figure più importanti nella vita di ogni figlio (che sia unico o meno, rispetto a un figlio un genitore è sempre esclusivo per definizione) – e non ha mai sofferto di alti e bassi, di momenti di indecisione o di paure non meglio identificate. Perché? Men che mai hanno avuto una parte di senso giudizi esterni o dubbi ereditati, che molto spesso in altri casi invece sono una leva di rinuncia fondamentale, purtroppo. A seguire, prendo di petto gli scambi più frequenti che mi capita di avere in diversi modi e con diversi mezzi.

Un figlio unico in istruzione parentale si ritroverebbe per molto tempo isolato?

Dipende. Diciamo che isolato davvero lo è solo chi a un certo punto sceglie di diventarlo, prende l’isolamento come una via di vita, una scelta desiderata, senza fare nulla per cambiare le cose. E’ chiaro che questo dipende, in larga misura e soprattutto nei primi anni, dai genitori e non dai figli. Così come è altrettanto chiaro anche che, in moltissimi casi a noi ignoti perché la Terra è grande, esisteranno tante famiglie, persone, figli unici o con nove fratelli, anziani o giovani, isolati di fatto per ragioni geografiche o magari …culturali? Questi qui come li chiamiamo? Poveracci? In tanti paesini di montagna le scuole non esistono e dove ne esiste una (leggetevi Gianfranco Zavalloni, pace all’anima sua) quella diventa il luogo eletto in cui incontrarsi, stare insieme, condividere e crescere, per poi scoprire che i presunti figli analfabeti dei contadini magari sono anche più istruiti dei figli dei borghesi che conoscono l’alfabeto, ma non sanno quando si raccoglie un frutto. E, in fondo, in tanti casi, meno male che la scuola esiste! Cosa è meglio? Alla fine, la vera domanda è proprio questa ed è sempre riconducibile alla peggiore tentazione umana di ognuno di noi: la perenne, perpetua, sempre verde e mai centrata… ricerca del meglio. Che non esiste.
Tutti quei genitori che hanno una vita familiare e sociale attiva, quotidiana e presente, assicurano ai propri figli, unici o meno, un’apertura agli altri piena, perenne e variegata. La vera premessa, l’unica vera premessa possibile, è rappresentata dai genitori, dalla famiglia d’origine, non dal fatto che i bambini vadano o meno al nido, all’asilo o a scuola, né dal fatto che abbiano sei fratelli – e magari vivranno e moriranno in una fattoria senza aver mai messo piede su una strada asfaltata. E diventeranno santi! Su questo, con le bende davanti agli occhi, sento dispensare certezze di ogni tipo da chiunque, mentre abbiamo davanti un disastro sociale e giovanile, troppo spesso privo di premesse in tempo di infanzia e fresca giovinezza, che disarma tutti. Oggi si parla tanto di dipendenze di ogni tipo e ogni forma di dipendenza è una forma di isolamento per definizione, perché crea dipendenza appunto. Questi ragazzi e ragazze, che molto spesso non sono neanche figlie e figli unici, vanno a scuola. Allora, dovrebbe essere un controsenso questo. Invece, ci dice soltanto che l’evoluzione sociale e civile di un individuo, nel lungo periodo, ovvero la sua capacità di relazionarsi agli altri in modo “sano”, consapevole, responsabile e così via – noi compresi che non salutiamo neanche i nostri dirimpettai alle riunioni di condominio – dipende da tanti fattori, anzi, tantissimi. Già solo avere coscienza di questo e del fatto che mai, per nessun motivo, un essere umano – figlio, genitore, giovane o vecchio, psicologo o avvocato – potrà determinare il verso, la piega, l’andatura o la postura di un altro nel suo cammino verso il cielo, potrebbe rappresentare un bel salto in avanti.
Per prendere le distanze da qualsiasi ideologia, da genitori, una sola cosa possiamo fare per i nostri figli, indipendentemente dalla scelta educativa che comunque conta, dalla famiglia numerosa, dal posto in cui viviamo o dal lavoro che facciamo. Possiamo essere quello che siamo senza passare la vita a cercare di essere altro; possiamo amarli; possiamo dedicargli il nostro tempo, tanto, tutto quello che abbiamo; possiamo ascoltarli, dargli fiducia, consentirgli di sbagliare serenamente senza farsi troppo male, aiutarli a diventare grandi senza delegare la loro crescita a tutto e a tutti in ogni momento. Possiamo stare in compagnia, anziché dire loro di farlo con gli altri mentre noi ci ritroviamo a fissare un computer per delle ore anche quando li abbiamo accanto; possiamo invitare spesso a casa tanti amici, a pranzo e a cena, anziché andare sempre da un amichetto o dai nonni da soli a merenda; possiamo prestare le nostre cose anche rischiando di non riaverle indietro, anziché farli sentire degli avidi davanti a tutti perché a due anni non sanno ancora condividere una macchinina; possiamo fare tanto e invece facciamo tanto poco. Prendiamo e, così facendo, pretendiamo che loro diano. Possediamo e, così facendo, pretendiamo che loro prestino. Ci lamentiamo e, così facendo, ci aspettiamo che loro invece diventino degli ottimisti. Il più che potremmo fare lo vorremmo sempre per noi e, alla fine, solo questo è quello che conta veramente: quello che i figli vedono che siamo noi, qui e adesso, con chi e per cosa. Come spendiamo la nostra vita? Questa è la vera domanda. E, tuttavia, comunque non basterà. Tutto il nostro impegno non ci assicura nessun risultato nei confronti di un altro individuo. Ci consente solo di conoscere meglio la strada che stiamo percorrendo. La nostra.

Pensate ancora che sia sensato ritenere che un figlio si ritroverebbe per molto tempo isolato per via dell’istruzione parentale? Se pensate che “il problema” sia questo, vedete voi. Tremo per voi al pensiero di sollevare dubbi diversi e lo dico soltanto perché mi ritengo un impotentissimo granello di sabbia di fronte alle scelte che un’altra persona può compiere rispetto alla propria vita, figli unici o meno, scuola o istruzione parentale incluse. A Dio piacendo, saprò dirvi di più quando nostro figlio avrà quarant’anni, magari non sarà più figlio unico, ma avrà litigato con tutta la famiglia per via dell’eredità dei nonni e di una fidanzata di dieci anni più giovane che, nel giro di un mese, avrà mandato tutti i nostri sforzi educativi a gambe all’aria, facendo leva su un grande fascino sfoderato per assicurarsi un divano di velluto… perché di questo parliamo. Immagino che siate certi che ai vostri figli, che vanno a scuola, tutto questo non accadrà. Beati voi!

Cercate e create occasioni di incontro e, anche se non avete grandi e solide premesse da cui partire, lasciate che diventino stabili e durature solo quelle guidate dall’autenticità, dal desiderio di stare insieme, dall’affetto, dall’amicizia, da un interesse o una passione, da una cosa in comune. Non lasciatevi andare alle circostanze, all’abitudine, alla ricerca dell’appuntamento fisso solo perché è fisso, alle relazioni di rito o a quelle di sangue o agli eventi che trovate su Facebook… Nutrite la sostanza e allontanate ogni “forma di dipendenza”. La vita accade ogni giorno, in ogni momento, soprattutto quella dei nostri figli, a loro modo tutti unici. La scuola assicura – forse – un qualche tipo di continuità, ma non garantisce mai, come nessuna altra scelta, alcuna autenticità.

Un figlio unico in istruzione parentale vivrebbe certamente una socializzazione limitata con grandi ripercussioni sull’integrazione.

In larga parte, vedi sopra. Aggiungerei anche che prima di vedere un figlio con tanta gente intorno (questo è socializzare?), che opera per soddisfare la gioia di mamma e papà, fino a rinunciare spesso nel tempo a quello che lui è veramente, noi genitori vorremmo veder crescere una persona civile, capace di operare le sue scelte con senso critico e responsabilità, in autonomia ma senza aver paura di chiedere un consiglio, mosso dall’aiutare il suo prossimo e il più debole, in grado di scegliersi una fonte attendibile, un amico vero, una compagna che lo ami. Cos’è l’integrazione se non questo? Chi è un bambino integrato? Uno che, avaro di quei quindici minuti passati all’aria aperta, quando sale su uno scivolo mette i piedi in testa ai piccoli perché sono più lenti, senza che nessuno faccia in tempo a dirgli che non si fa, o uno che li aiuta a salire? Uno più svelto, nel senso più paraculo del termine, più veloce, più brillante, più chiacchierone, più simpatico? Chi è? Che significa oggi essere integrati, saper socializzare? Stare con un rom, un cinese e un bimbo down contemporaneamente? E chi dice che un figlio unico in istruzione parentale non abbia addirittura più occasioni per fare questo, magari godendo di una maggiore libertà, di posti diversi e potendo curare al meglio proprio i delicati aspetti legati alla vera integrazione tra le parti o al modo più giusto per capirsi?
Un figlio unico richiede, certamente spesso, un impegno e una dedizione superiori a quelli richiesti in tante famiglie numerose, che conosciamo, nelle quali i figli “si annullano” dovendo stare sempre insieme: non perché i genitori diventino l’unica risorsa umana e vivente della sua vita, quanto perché ha comunque bisogno – come tutti – di essere condotto da qualcuno da qualche parte o in una qualche attività, almeno fino a un certo punto (e non è che per chi va all’asilo la questione sia differente). Così come tante delle stesse famiglie numerose rinunciano ad avere una vita frequentemente fuori porta come la nostra perché pensano di coprire socialità e civilizzazione con la scuola e col tempo trascorso in casa, ovvero stando sempre e comunque, per forza di cose, in compagnia (ricordiamolo: sempre negli stessi luoghi, per lo stesso tempo e con le stesse modalità). Un figlio unico richiede, a qualunque genitore e indipendentemente dalla scelta educativa, un’attenzione speciale, diversa, particolare. E sebbene questo sia spesso ritenuto un deterrente nella scelta dell’istruzione parentale, secondo noi non lo è, nella misura in cui i genitori, pienamente e volontariamente consapevoli di compiere una scelta così impegnativa, se ne prendono la piena responsabilità e fanno tutto ciò che è richiesto, opportuno e necessario per poterne cogliere con saggezza i vantaggi, la bellezza e le opportunità. La stessa cosa non si può certo dire di chi sceglie di delegare alla scuola almeno il 50% del lavoro, al netto dei compiti, e soprattutto a occhi chiusi, perché almeno… vede continuamente altri bambini. E allora? Per questo si sentirà meno solo? Per questo sarà più capace di socializzare? Per questo sarà più integrato? Basta guardarsi intorno e farsi due domande su chi sono e su cosa sono diventati, con questa “certezza”, i bambini che eravamo noi. Che sono andati tutti a scuola.

Un figlio unico in istruzione parentale avrà di certo delle difficoltà a fare quello che gli dirà un’altra persona.

Meno male. “Mio figlio sta sempre in compagnia“, “Mia figlia è amica con tutti“, “Mio figlio riga dritto perché lo sa che se no…”, “E quando avrà un capo a lavoro come farà?”, “Eh, ma mica i figli possono fare tutto il giorno quello che vogliono!”… Quante ne sentiamo! Quante ce ne dicono! E poi, in genere, arriva sempre il rovescio della medaglia, intorno ai 12,13, 14 anni… “Non ragiona con la sua testa”, “Si fa condizionare da qualunque cosa”, “Frequenta gente che non mi piace”, “Non dà retta”, “Non ascolta”…
Come dico sempre, noi non abbiamo mai pensato che la scelta dell’istruzione parentale possa salvare in sé l’umanità, fare in modo che tutti diventino Mozart o facciano il lavoro che vorrebbero. Questo succede anche a chi va a scuola, se si tratta di vite benedette dall’ottimismo, dalle maniche arrotolate e da una famiglia come si deve! Non crediamo neanche di poter in questo modo garantire a nessuno, compresi noi, di riuscire a tenere lontani i nostri ragazzi dalle cavolate che tutti abbiamo fatto per diventare grandi. Per questo esiste un’arma potentissima che si chiama preghiera. Siamo però abbastanza certi del fatto che quello che un bambino deve poter fare per diventare un uomo è essere quello che è. Noi siamo stati felici di fare quello che un’altra persona ci ha detto quando ne abbiamo riconosciuto il valore o ne abbiamo condiviso il perché. La vita non è imparare a fare quello che gli altri ci dicono di fare ma imparare a comprendere come fare al meglio il proprio lavoro, e possibilmente prima che un altro ce lo chieda: in questa virtù vive una sottile sfumatura dell’amore cristiano, dotato di una profonda, unica e commovente umanità. Questo vale per la professione o il lavoro che si sceglie quanto per la famiglia o la propria vocazione; per un post scritto qui quanto per un manifesto pubblicitario appeso su una strada ad alta percorrenza e ideato da qualcuno che avrà fatto quello che qualcun altro gli avrà detto; per le gare di solidarietà in casa quando c’è da lavare i piatti o fare la spesa con la pioggia, quanto per il fare al posto di un altro un lavoro che non era il nostro ma che era utile, se non addirittura necessario, a qualcuno…
Io spero davvero che nostro figlio, quando sarà il momento, abbia delle grandi difficoltà a fare quello che un’altra persona gli dirà di fare. Chi non ne ha avute, pur avendo una cultura smisurata e tanti “amici” intorno, ha fatto stragi di innocenti, riportate sui libri di storia di tutto il mondo, solo premendo un bottone; ha torturato fino alla morte altri esseri umani; ha ridotto senza scrupoli i bambini in schiavitù; ha usato i corpi di uomini e donne per soddisfare un istinto, o peggio un capriccio; ha reso possibile il traffico internazionale di organi, quello di droga, quello d’armi, quello di bambini… oggi non si parla di quello dei virus, dell’intelligenza artificiale che, dietro al fenomeno Alexa, cova e nutre interessi e realtà che arricchiscono le tasche di pochi in cambio della solitudine di molti; ha prestato la sua sottomissione, la sua incapacità di dire NO, il suo assenso mortale a persone, cose, oggetti, scelte e progressi che hanno svilito intere generazioni, hanno annichilito cervelli e reso inerti doni e talenti… Sono cose che ci sembrano lontane anni luce da noi, ma che hanno delle solide radici nella nostra infanzia, nella nostra famiglia. La semplice istruzione, identificata per lo più con la nascita dell’istituzione scolastica, che avrebbe dovuto rendere il mondo più civile e tollerante, quando in realtà era nata per consentire – intento nobilissimo! – a tanta gente analfabeta di scrivere “elefante”, e magari di sapere anche cosa fosse, non ha saputo arginare, né ridurre, lo scivolo di piombo che ci ha condotti così tanto spesso nella storia recente a una disperazione culturale senza confini. L’istruzione parentale non ci salverà da questa scia autonoma e vivente che il male porta inevitabilmente con sé giorno per giorno e che nessuno di noi, scelte a parte, sarà mai in grado di evitare nel misterioso equilibrio che comunque, nonostante tutto, governa il mondo, ma ci offrirà di certo una serie di possibilità nuove nell’ambito di un contesto educativo puramente orientato alla tecnica, alla performance, all’obiettivo e al risultato: quella di educare i bambini a dire sì o no per un bene comune che superi il proprio, e non per interesse personale o, peggio ancora, per dovere; quella di educarli all’amore e alla gentilezza e non alla negoziazione del cuore; quella di aiutarli a diventare disponibili, umani, sensibili e non sottomessi; quella di aiutarli a partecipare anche senza vincere; quella di renderli protagonisti indiscussi della vita che gli è stata donata; quella di concedersi il lusso di essere felici, anche a scapito della casa di proprietà, del posto fisso o dei soldi in banca; quella di imparare a sapersi liberi perché così li ha voluti chi ci ha concesso solo e unicamente di concepirli; quella di fargli conoscere la bellezza dell’uomo, le possibilità offerte dall’universo, dai suoi sensi e da tutto ciò che gli consente di abitarlo e non di consumarlo…
Da genitori, noi non vogliamo che nostro figlio faccia quello che gli diciamo perché deve, ma perché ama. Diventare grandi, secondo noi, significa imparare questo e non eseguire degli ordini.

Un figlio unico in istruzione parentale non riuscirà a stare al passo con gli altri perché vive fuori dal mondo.

Questa era anche nelle FAQ del mio ultimo libro che, lo ricordo, potete acquistare cliccando qui (spot subliminale!).
Prima cosa: non ho mai capito perché un figlio unico, chiuso in una classe o in una scuola tutto il giorno, tutti i giorni, vivrebbe nel mondo e un figlio unico che viaggia almeno sei volte l’anno, è fuori di casa per almeno il 50% del suo tempo ogni giorno, indipendentemente da clima o stagione, e vede in ogni momento che si offra alla nostra vita quotidiana adulti e bambini, città diverse, paesaggi bellissimi o necessità quotidiane, vivrebbe fuori dal mondo.
Seconda cosa: stare al passo con gli altri che significa e che cosa ci assicura? Quale aspettativa si nasconde dietro a questa domanda? Perché è così spesso proposta alle coscienze di tanti genitori? Non si può restare un po’ indietro, oppure camminare leggermente avanti? E che passo hanno gli altri? Qual è il passo giusto? E se non troviamo questo passo di tutti che succede? Restiamo zoppi? E chi non cammina come fa? E a chi a scuola ha l’insegnante di sostegno perché è diversamente abile e cammina su un piede solo cosa succede? Questo è un mondo sul quale, tolta la moda, Sanremo, Maria De Filippi, Minecraft e Bruno Vespa, stanno tutti allo stesso passo? O ci stanno proprio per questo, perché marciano sulle rotaie di un binario morto? E voi volete andare proprio lì? Sicuri? Noi no, decisamente no. Facciamo un’altra strada.

Un figlio unico in istruzione parentale è abbandonato a se stesso ogni volta che i genitori hanno da fare.

Premesso che questa presunta idea simbiotica perenne di figli e genitori in famiglie che scelgono l’istruzione parentale è una immagine assolutamente forzosa e inverosimile di una condizione quotidiana del tutto ignota a chi non la conosce, ora vi stupirò: a volte, può anche essere. E quindi? Nostro figlio, come tantissimi altri, in occasione dei suoi sporadici e sparsi abbandoni, si organizza. Anzi, noi stessi, a volte, lo “spingiamo” ad avere i suoi spazi e i suoi momenti, indipendentemente da amici o genitori. Per chi non lo sapesse, la noia è un’ottima fonte di continua creatività e la solitudine – che oggi nel mondo la fa da padrona su chi scegli di vivere col cane pensando di saper socializzare – e le opportunità offerte dall’autonomia di pensiero e d’azione, sono grandi chance per imparare a concentrarsi, a scegliere, a elaborare da soli piccoli progetti, a gestire l’attenzione, il rischio, il tempo, la libertà, la fantasia, la creatività, la compagnia… Questo fatto che i bambini di oggi debbano sempre, perennemente, essere occupati da qualcosa con qualcuno o in qualcosa in compagnia, a nostro modo di vedere, è una follia che spesso non risponde a nessuna necessità, molto spesso, a nessuna richiesta e, ancora più spesso, a nessun desiderio reale. Il vero problema è a cosa siano abbandonati questi figli e perché. La chiudo qui e invito tutti i genitori di figli unici che mi scrivono, al momento indecisi sullo scegliere o meno l’istruzione parentale, a riflettere su questi pochi ma giganteschi assiomi. Sarò disponibile e felice di cercare con voi altre domande rispetto a considerazioni specifiche che vorrete sollevare sull’argomento, nei commenti o sui social, però ricordo a me stessa: non avere paura.

Un figlio unico in istruzione parentale soffrirà di solitudine.

Questa è una sfumatura della prima riflessione sulla possibilità di ritrovarsi isolati, che vale tanto quanto la possibilità di ritrovarsi morti. Partiamo dal presupposto che la solitudine spaventa tutti e che tutti siamo sempre a rischio di restare soli. La “buona battaglia” contro la solitudine, per quanto possibile, non è quella che ci abilita da grandi a dare la caccia a tanti “amici” su Facebook, a un marito agli sgoccioli dell’età fertile o a un lavoro di relazioni, altrimenti tanta fatica per ricercare l’eccellenza negli asili statali, anziché fidarsi di un’educazione alternativa, si ridurrebbe alla fine a uno scivolone su una buccia di banana. La vera “buona battaglia” contro la solitudine riguarda l’accoglienza. Quanto più saremo accoglienti con noi stessi e con gli altri, tanto più avremo la possibilità di riuscire forse a trovare un “buon” amico, una “buona” moglie o un figlio capace di sintonizzarsi sulla vita reale e non sulle buone maniere. Alla solitudine andrebbe dedicata una enciclopedia. Tutti cercano di evitarla, eppure non si parla d’altro. Tutti firmano petizioni, da casa, senza vedere nessuno. Tutti hanno l’angoscia di restare soli ma parlar male degli altri è spesso l’unico modo che si ha per stare insieme. Tutti hanno l’ansia che i propri figli, come prima cosa, si emancipino nelle relazioni, senza conoscere neanche i propri genitori. E’ pensiero comune, stratificato e murato, che per non essere soli basti essere in gruppo; che per non diventare solitari basti vivere sempre in compagnia; che per avere una discreta relazione con gli altri basti la buona educazione; che per andare bene a scuola basti comportarsi bene, seguire una condotta. Tutto vero, forse. Ma ci sono aspetti propri della solitudine, che non si affrontano mai, che riguardano ognuno di noi. Quante volte vi capita di offrire un aiuto a qualcuno che in realtà non ha nessuna intenzione di essere aiutato? A me tantissime (e viceversa, perché l’orgoglio nella vita dell’uomo è tanta roba). Quante volte vi capita di dire o di sentirvi dire “Allora, ci sentiamo, dai”, “Ti chiamo!”, “Vediamoci, dobbiamo vederci”, “Fatti sentire”…? A me tantissime (e viceversa, perché anche l’accidia nella vita dell’uomo è tanta roba). E’ difficile stare con gli altri. E’ difficile per tutti perché le componenti in gioco sono tantissime e perché più si cresce più si è condizionati da un milione di paradigmi che, in un mondo stressato e socialmente condotto da Netflix, diventano più gestibili facendosi gli affari propri. Paradossalmente, stare con gli altri è più facile per un bambino che per noi. Noi adulti che vorremmo essere maestri di solidarietà, emblemi di amicizie solide e predicatori di matrimoni duraturi, siamo quelli che hanno finito gli spicci, che fanno un frequente ricambio di amici e che si separano, e poi divorziano, per colpa del coniuge (sempre per colpa del coniuge). Normalmente, questo è il vero problema: quello che della nostra natura umana proiettiamo sui nostri figli, pensando che non debbano soffrire quanto noi, che quello che accade nel mondo non sia giusto e che sgomitare fin da piccoli per avere la rubrica del cellulare, a sette anni, piena di numeri sia un backup esistenziale che gli assicurerà per tempo un degno funerale. Il problema non è mai essere soli, ma sentirsi soli. Educhiamo i nostri figli ad abbattere i muri e ad aprire le porte, ad accogliere e a benedire quello che gli accade, a valorizzare quello che c’è e non ad alimentare quello che manca, a riconoscere il vero amore, ad amarsi e a sentirsi amati, a toccare la propria sofferenza senza negarla, ma piuttosto manipolandola con cura e offrendola a una possibilità di redenzione che spesso non è neanche per sé ma per qualcun altro. Solo così, forse, scopriranno di non essere mai soli e quando lo saranno avranno imparato a riconoscere e a cercare un’altra via, un’altra verità, un’altra vita.

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